La società del rancore. Intervista allo psicologo e scrittore Danilo Campanella.
28 Settembre 2026Le società contemporanee, in particolari quelle di stampo occidentale, stanno attraversando un periodo ambiguo: da un lato sono fermamente convinte della propria identità moderna, dall’altro sono nostalgiche di idee e ricette tramontate anteguerra. E se dietro questa voglia di volgersi a destra, pur figli delle socialdemocrazie europee, vi fosse un’esigenza di fondo? Ne parlo per voi e per Non Quotidiano con Danilo Campanella, scrittore, filosofo e psicologo.
R. Narducci: Dottor Campanella buongiorno. Secondo lei, dietro a questo fermento politico e sociale c’è un’ambiguità di fondo o trova una certa coerenza?
D. Campanella: “Buongiorno. Se si riferisce al cosiddetto risveglio delle destre europee, il tutto è mosso dalla rabbia per delle promesse di stabilità che i cittadini non hanno visto mantenute. La società degli anni Settanta ha forse illuso che il benessere sarebbe stato eterno? Così non è stato. Una certa categoria di popolazione si aggrappa come dinosauri a dei diritti (forse) acquisti ma che, in questo contesto storico, sembrano più privilegi, mentre i più giovani sono sfiduciati e disillusi. Tutti poi compongono la folla, che tende ad essere amorfa e pericolosa”.
R. Narducci: Lei ha scritto libri che hanno raggiunto un certo livello di notorietà e di pubblico quali “La fine del nostro tempo” e “Postdemocrazia”. E non solo questi. Però la mia domanda è se lei si ritiene forse una Cassandra? Come Pasolini inascoltato da chi tiene le fila di questo nostro vivere sociale?
D. Campanella: “Ritengo che le Cassandre inascoltate siano altre. Io sono, culturalmente e mediaticamente parlando, un pesce piccolo, anzi, microscopico. non sono certo Pasolini, nemmeno un’unghia del grande maestro”.
R. Narducci: Non sia modesto, piuttosto, perché ha smesso di pubblicare? Crisi dello scrittore?
D. Campanella: “Ho smesso di pubblicare perché ho smesso quasi del tutto di scrivere. Dopo la pandemia tutto è accelerato tanto e mi chiedo se, in epoca di intelligenza artificiale, abbia ancora un senso scrivere libri. Quando avrò risposto a questa domanda, potrò avere le idee chiare. Vi sono anche delle logiche di mercato, oltre che a sentimenti culturali. Inoltre anche il pubblico è cambiato”.
R. Narducci: Può essere un po’ più specifico?
D. Campanella: “Non c’è più attrattiva per le analisi approfondite e i ragionamenti. Internet disabitua la mente all’attenzione. E’ una questione culturale che rischia di diventare un’emergenza neurocognitiva. Se non vi è attenzione, non vi è neppure analisi. Uno scrittore, un intellettuale insomma, si ritrova a discorrere con un pubblico molto più ridotto rispetto a vent’anni fa. Non è un problema di per sé, anzi; lo è però per le logiche del mercato di massa. Scrivere come professione assume quindi un’altra connotazione che a me in questo momento non interessa”.
R. Narducci: Sopratutto, cosa scrivere, oltre che a chi?
D. Campanella: “Infatti. Fare delle scelte di campo in un’epoca in cui c’è grande confusione, è un rischio che deve essere motivato”.

DANILO CAMPANELLA
Psicologo di formazione comportamentale e cognitiva,
per la prevenzione, la diagnosi, e il sostegno rivolte alla persona
con master e corsi di formazione sulle scienze criminologiche,
sulla psicologia clinica (Psiconcologa e suicidologia)
e sulla psicologia aziendale e del lavoro, nella consulenza
da sportello di ascolto, nell’individuazione del mobbing
e nell’analisi dello stress da lavoro-correlato.
Lei ha intenzione di porsi o di esporsi?
D. Campanella: “E’ difficile fare l’una e l’altra cosa in un momento politico così poco coerente. La gente stessa è incoerente. E’ una società fondata ormai sul livore, sul rancore. Per ragionare in una società del rancore bisogna attendere che gli spiriti si raffreddino. Istruzione ai bambini, lavoro dignitoso ai giovani, sicurezza agli anziani… tutto ciò che sarebbe normale pretendere oggi è diventato un privilegio da elemosinare. A destra si abbozzano delle risposte, mosse dalla rabbia popolare, mentre a sinistra non pare esserci un progetto, oltre alla contestazione. Se penso che, in Europa, abbiamo avuto il giacobinismo, il socialismo, la socialdemocrazia, ed oggi gli eredi delle tradizioni riformiste e internazionali non hanno un concreto programma comune, significa che c’è un’impreparazione di fondo delle classi dirigenti. Oppure che vi sia un oscuro manovratore che dispone in tal modo; che vi sia un’Alta Vendita che dispone, oltre che dei mercati, anche delle coscienze, dei corpi? Io questo non posso saperlo”.
R. Narducci: Lei ha una sua idea in merito?
D. Campanella: “Io non ho risposte sicure. E quando non ne ho, preferisco smettere di parlare o, nel mio caso, di scrivere. Mi rimetto a leggere. Mill, Tocqueville, Bobbio, Sartori, Gibbon, Applebaum… Torno semplice lettore. Leggere per poter eleggere. La vita del cittadino, al contrario di quella del suddito che subisce le scelte dei potenti, se non è fatta di cultura diviene sterile. E si fa presto a tornare ad essere sudditi. Anche in democrazia. Esistono democrazie che fanno paura. Sono esistiti gli arcangeli della rivoluzione francese che, dopo aver distrutto i padroni, non si sono più fermati. Sino all’arrivo di Napoleone”.
R. Narducci: Pensa in cuor suo di tornare alla scrittura? In futuro?
D. Campanella: “Il futuro non esiste. Esiste il qui ed ora. Quindi no, ora no. Ritorno a leggere gli autori che mi hanno fatto tremare, fremere. Giganti del pensiero. Mentre in questa Europa in cui dovremmo sentirci a casa abbiamo perso memoria di tutto, anche di noi stessi. Vorrà dire che si imporranno altri. Però poi non possiamo lamentarci. Candidati ad essere una generazione di iperborei, come avrebbe voluto Nietzsche, siamo una generazione di orfani. E i genitori, in senso totale, mancano. La voglia di educare, di dare il buon esempio, fino anche di correggere. Forse aveva ragione la Morante: nessuno è padre a un altro. Oggi più che mai”.




