Wagner. Il fascino, la magia di Bayreuth. (Una cronaca in diretta o quasi dal festival wagneriano)

Wagner. Il fascino, la magia di Bayreuth. </br> (Una cronaca in diretta o quasi dal festival wagneriano)

Wagner. Il fascino, la magia di Bayreuth. (Una cronaca in diretta o quasi dal festival wagneriano)

di Maria Pace Nemola

Il fascino, la magia di Bayreuth, certo anche della città bavarese, o meglio dell’Alta Franconia, in sé e per sé … piacevole città, il cui nucleo originario risale alla metà del XII secolo, allora ancora piccolo villaggio sotto gli Hohenzollern.

Passata poi sotto Kulmbach e man mano divenuta sempre più fiorente dopo che all’inizio del Seicento il Margravio Christian di Kulmbach la scelse come sua sede, facendola quindi diventare capitale e arricchendola lui “in primis” e poi la sua discendenza di pregiatissimi monumenti, palazzi, parchi barocchi soprattutto dopo la fine della Guerra dei Trent’Anni. Man mano nel tempo Bayreuth divenne prussiana, francese infine all’inizio dell’Ottocento bavarese.

Ma il fascino, la magia e anche la fama che ha in tutto il mondo. Bayreuth non la deve a queste sue pur interessanti vicende storiche, ma al legame che da quasi 150 anni ha con il compositore tedesco Richard Wagner, che, come il Margravio Christian, la scelse come sua dimora e dove rimase per una decina d’anni fino alla sua morte che però, ricordiamo, avvenne nel 1883 nella nostra Venezia. Ma il grande compositore tedesco non scelse Bayreuth solo come luogo di dimora, ma anche come sede del teatro che, grazie alla munificenza del Re Ludwig di Baviera, egli fece erigere come “tempio” della sua musica.

Ma procediamo con ordine anche se ancora sotto la suggestione del fascino e della magia di cui abbiamo già fatto cenno e alla quale ho soggiaciuto anche quest’anno.

La scelta di Bayreuth come sua dimora fu fatta da Wagner anche su suggerimento di Jean Paul Richter poeta e pensatore del Romanticismo tedesco e come sede del teatro fu fatta anche se la città pur tranquilla dal punto di vista culturale vantava uno dei più bei teatri della Germania fatto erigere da uno dei Margravi. Ma era un teatro barocco adatto alle rappresentazioni barocche e poi soprattutto non era un “suo” teatro.

E il fascino e la magia, Bayreuth lo deve proprio a quel “tempio” che Wagner si fece erigere perché divenisse il luogo sacro per le sue opere, per le cui rappresentazioni, wagneriani patiti o semplicemente “curiosi” di queste esperienze nel XXI secolo aspettano e aspettano anche anni. Se abbiamo parlato di “tempio” non lo abbiamo detto a vanvera: la prima pietra fu posta da Wagner stesso nel sacro giorno di Pfingsten, Pentecoste del 1874 su un’altura ai bordi della città , quasi un Golgota dove catarticamente si sale, si sale certo. E la tradizione che è tradizione ancor oggi vuole che il parcheggio delle auto private e dei pullman che portano “i pellegrini” dagli alberghi alla Festspielhaus si fermino un po’ più in là, un po’ lontano dal “tempio”, non tanto o non solo per motivi logistici, ma perché bisogna “salire”, salire non certo su “un erto colle”, ma su una morbida altura bavarese, sì però pur così, si sale.

Ed è così che anch’io anche quest’anno (NdR: 2017) sono “salita” alla Festspielhaus con l’abito lungo, sì perché anche a Bayreuth la “mondanità” è d’obbligo, l’abito lungo spesso nero per le “gnädige Frauen” e l’abito scuro o lo smoking per i signori. Mondanità d’obbligo anche in onore del grande compositore che soleva indossare soltanto camicie di pura seta: non chiedetemi se le ho viste, naturalmente credo alle sue biografie che riportano anche questa notizia.

E da patita della musica wagneriana, credetemi, l’ho letta più e più volte e da più parti.

Ma ritornando all’oggi, o quasi, la mia salita è avvenuta come tante altre volte e come è sempre e come sempre sarà (i toni biblici intorno a Wagner non guastano!!) sotto la luce del sole.

Sì, perché le rappresentazioni a Bayreuth iniziano a metà pomeriggio e terminano nel buio della notte e non solo perché le opere di Wagner sono lunghe, ma anche perché, similmente alle tragedie greche che avevano luogo nell’arco di tempo di un giorno, anche le opere wagneriane abbisognano di un tempo anche psicologicamente lungo per permettere il movimento catartico. E tra un atto e l’altro si può cenare, ma di questo poi vi dirò.

Ora torniamo al teatro che si presenta al suo interno molto spoglio e senza gli ornamenti e fregi che di solito ornano gli altri teatri. Il grande emiciclo, beh grande, si fa per dire, perché poi grande davvero non lo è, è composto di sedili anch’essi molto semplici, di puro legno senza broccati e velluti: una curiosità … gli alberghi, fino a due anni fa, se volevate, offrivano morbidi cuscini da portare con sé perché fosse meno scomoda la lunga seduta (ora per le misure di sicurezza antiterrorismo tale consuetudine è caduta). Ma la parte più importante del teatro costruito dal famoso architetto Semper è il cosiddetto “golfo mistico”, la grande “buca” scavata sotto il palcoscenico dove si trova l’orchestra nascosta al pubblico completamente che a stento intravede il direttore e che viene così investito dall’onda musicale senza quasi avvertire da dove arrivi. Ed è per questo che c’è tanto da stupirsi della stupenda acustica della Festspielhaus. E tutto questo voluto proprio da Wagner stesso che supervisionò di persona costantemente i lavori di costruzione in osservanza alle sue teorie musicali di cui egli stesso scrisse in pagine teoriche, cioè dell’unità tra “Wort, Ton und Drama” cioè di una perfetta unità tra parola cantata, musica e azione scenica che si dovevano fondere appunto in quel Tutto che sono appunto le sue opere.

Chissà come reagirebbe ora lui alle realizzazioni molto scarne della scenografia dei suoi nipoti e pronipoti, lui che voleva animali veri nelle scene in cui essi apparivano.

Ma, a proposito di animali in scena, ecco un piccolo episodio di qualche anno fa vissuto anche da me durante una rappresentazione del Lohengrin.

Atto primo – scena prima: un cigno sul palcoscenico, sicuramente un bel cigno, così bello da sembrare vero, vero come sarebbe piaciuto a lui. Comunque noi spettatori eravamo ugualmente soddisfatti, tant’è che ci prese il dubbio che fosse un animale imbalsamato e non un “peluche”!

Poi durante il secondo atto si apre il soffitto del teatro sopra di noi, sì perché quando si fa buio e non piove (!) è possibile che questo avvenga, proprio perché il soffitto del teatro può aprirsi nel mezzo e le due parti una a destra e una a sinistra del soffitto scivolano via. Quella volta un pipistrello, un pipistrello vero (ma questo lo venimmo a sapere il giorno dopo) cominciò a volare sopra le nostre teste, lasciandoci nel dubbio se fosse un altro elemento scenico. Il nostro dubbio fui poi chiarito dalla cronaca di un giornale locale che il giorno dopo riportò la notizia che un pipistrello vero aveva visitato la Festspielhaus rimanendovi a lungo senza allontanarsi neanche al canto possente della soprano. Cose che avvengono a Bayreuth e in parte ne fanno la magia; cose che forse avvengono anche a Verona ma no di certo alla Scala.

E a proposito di La Scala – Festspielhaus, qui non si può rischiare di arrivare un quarto d’ora dopo l’inizio, cosa che obbrobriosamente da due anni è permessa nel teatro milanese. Ritardi non ne avvengono non solo grazie alla venerazione degli spettatori nei confronti del luogo, delle rappresentazioni e, “in primis”, del tanto amato compositore, un quarto d’ora esatto prima dell’inizio di ciascun atto, sul grande balcone della facciata principale appaiono non come a Buckingam Palace i membri dei Windsor, ma, similmente ad essi, alcuni trombettieri che indicano l’imminente inizio dell’atto, suonando alcune note e alcuni accordi appunto dell’atto che sta per iniziare.

Il ricordo delle trombe dell’Apocalisse non è fuori luogo vi assicuro!! perché poi qualche istante dopo ecco che tutti si avviano verso i vari ingressi che portano ai vari settori del teatro. E poi, poco prima dell’inizio, ecco il buio il buio più totale nella sala (e anche questo buio totale dice qualcosa o no?!). Un buio che avvolge tutti, anche gli ospiti illustri che oggi come ieri si danno appuntamento alla prima. Oggi come ieri o come l’altro ieri quando la prima in assoluto, l’inaugurazione cioè nell’estate del 1876 vide presenti personaggi come Brückner, Tchaicowsky, Grieg,  Liszt, l’Imperatore del Brasile,  Nietzsche, anche se incominciava ad avere i primi tentennamenti proprio sul suo fino ad allora tanto ammirato compositore  e sulla di lui impostazione filosofica, e ovviamente Re Ludwig di Baviera, anche se in segreto per non incontrare il suo acerrimo nemico, il Prussiano, il Kaiser.

Buio totale per immergere tutti in un’atmosfera mistica quasi come prima di una funzione religiosa.

Da quell’estate del 1876 rimane dunque non solo un avvenimento importante cultural-musicale ma anche un importante appuntamento socio-culturale.

E fu così che l’idea originale di Wagner che prevedeva una sola rappresentazione di tutta le Tetralogia in un teatro di legno da ardere subito dopo la rappresentazione in un luogo come Norimberga  per dare un’attuazione concreta all’idea di fondo espressa nei Meistersinger divenne l’appuntamento di ogni anno fra la fine di luglio e la fine di agosto. Periodo in cui la città vive il momento più intenso dell’anno, con mostre, spettacoli, conferenze e, chi più ne ha più ne metta, dappertutto, soprattutto nella Wahnfried, la villa dove egli abitò e nel cui giardino è sepolto insieme a Cosima, l’adorata e adorante moglie, e anche assieme al suo cane. Dappertutto immagini di lui nelle vetrine dei negozi, spartiti delle sue opere, quadri di maniera o avveniristici, finanche statue bronzee a misura naturale che accolgono i turisti, pardon i pellegrini wagneriani, in una sorta di gara tra il kitsch e la venerazione.

La Festspielhaus era e rimane, come si è detto, un tempio dedicato a Wagner e alla sua musica e come tale solo la sua musica vi dovrebbe esser suonata, tranne che in momenti particolari ed eccezionali, come è accaduto quest’anno nella serata pre-inaugurale dedicata al centenario della nascita di Wieland Wagner, il suo primo nipote, serata nella quale sono state eseguite musiche di altri compositori tra cui anche brani dl nostro Verdi.

E come non ricordare allora quel misto di sentimento di amore ma anche di rivalità che albergavano nel cuore del “Cigno di Busseto” nei confronti del suo “collega” tedesco? Sentimenti che albergavano anche nei cuori della comune gente emiliana contemporanea di Verdi che, come riferiscono cronache dell’epoca, soleva dire: “Moh che Wagner (pronunciando la “gn” all’italiana come la parola “lavagna”) al noster Verdi!”.

Un evento non eccezionale invece, ma consueto è la “Kinderoper”, l’opera per  bambini, perché ogni anno durante il festival c’è la rappresentazione di una delle opere di Wagner fatta “ad hoc” per un pubblico “piccolo”, ovviamente con un notevole accorciamento dei tempi dell’esecuzione, con una scenografia e dei costumi degli interpreti adatti e piacevoli per quel pubblico “piccolo” (costumi adatti a loro feste di Carnevale!) ma con un’esecuzione totalmente rispettosa dell’opera originale.

Ne ho viste alcune su DVD e le ho trovate veramente piacevoli e ben “azzeccate” e le ho viste su DVD perché “teutonicamente” le Kinderoper sono riservate proprio ai “piccoli” e solo ai “grandi” che li accompagnano. Non avendo nessun bimbetto in famiglia sto meditando di farmene “prestare” uno da qualche amica per poter accedere ad una Kinderoper.

Lasciando da parte le rappresentazioni per i “piccoli”, venendo alla rappresentazione dei “grandi” ho assistito quest’anno ad una Valchiria che mi è piaciuta e ha suscitato come sempre in me grosse emozioni. Positiva questa Valchiria dal punto di vista strettamente musicale sia nella direzione sia nell’interpretazione e positiva anche nella scenografia che pur ridotta all’osso come succede sempre più dai tempi della “Nuova Bayreuth”. C’era comunque la capanna e venivano proiettate sullo sfondo anche immagini in bianco e nero dell’inizio dell’altro secolo, quello “breve”, tanto per essere chiari, molto sfumate similmente a quelle del cinema muto e il tutto dava suggestioni positive. Splendida  l’esecuzione della famosa “cavalcata” non fragorosamente dirompente ma sottolineata con note più delicate come doveva essere nelle intenzioni di Wagner che troppo spesso è stato interpretato in modo troppo fragoroso e dirompente.

Così come del resto spesso, non dico troppo spesso, si è insistito sulla correlazione Wagner – ideologia nazionalsocialista. Certo non si può negare che Wagner stesso abbia delle responsabilità in questa correlazione (non vogliamo sottrarci qui a questo discorso ma lo rimandiamo ad altra data e ad altro luogo), ma una cosa è la Tetralogia e altra cosa è la strumentalizzazione di essa e delle sue rappresentazioni a Bayreuth che la propaganda nazionalsocialista fece … semmai è più consono parlarne in relazione ai Meistersinger. Durante la Seconda Guerra Mondiale Bayreuth fu fortemente bombardata proprio per essere stata assunta a simbolo dell’ideologia nazionalsocialista, anche se venne risparmiata proprio la Festspielhaus dove, per ironia della sorte o per contrappasso di giustizia, gli Alleati fecero risuonare i loro canti e spettacoli per le truppe occupatrici della Germania.

Per questi motivi dal 1951 (anno in riprese il festival) si parla di una “Nuova Bayreuth” le cui rappresentazioni furono rivoluzionate soprattutto nella scenografia sempre più come si è detto ridotta all’osso proprio per prendere le distanze anche visivamente dalle rappresentazioni roboanti e pompose degli anni Trenta.

Certo non si può tacere che Wagner scrisse cose non piacevoli (e dire non piacevoli è dire poco) sugli Ebrei ma non si può neanche tacere che il primo direttore a Bayreuth, voluto da lui stesso fu proprio Hermann Levi, tra l’altro figlio anche di un rabbino e molti altri ne seguirono.

Ma, come detto, di queste tristezze non vogliamo rinunciare a parlarne, le rimandiamo solo ad altro momento. Ora torniamo a qualcosa di più piacevole e leggero: ho fatto cenno che durante le rappresentazioni è possibile cenare. L’intervallo tra un atto e l’altro dura un’ora e così in una struttura vicina e contigua al teatro è possibile dopo il primo atto assaporare una Vorspeise e una Suppe (antipasto e minestra). lasciando poi il tavolo appena i famosi trombettieri annunceranno che il secondo atto sta per iniziare.

E poi dopo il secondo atto al vostro tavolo troverete già l’Hauptgericht (il secondo) da voi ordinato e non dovrete aspettare molto per il Nachtisch (il dessert) portato dai solerti camerieri, solerti davvero per virtù o per necessità, sapendo essi che allo squillo delle trombe tutti lascerebbero prontamente i loro ben imbanditi tavoli, balzando in piedi come … come soldatini prussiani, con buona pace dei bavaresi che da sempre non sopportano i Preußen.

Ma se l’attesa tra una portata e l’altra della cena sarà stata breve, lunga sarà invece l’attesa per ottenere la possibilità di assistere ad una rappresentazione se la si richiede direttamente alla Festspielhaus (e non si vada ad un’agenzia turistica). Attesa che può durare anche anni ma anche in questa attesa c’è il fascino di Bayreuth e qui mi taccio.

Spero di aver convinto i miei 2,5 lettori (ridotti a un decimo di quelli manzoniani!) ad immergersi almeno una volta nell’atmosfera magica del festival wagneriano. E allora … signori incominciate a mettervi in fila!

(pubblicato su Inchiesta Online del 30 ottobre 2017)

Dr. Maria Pace NEMOLA MOSCA TENNA

Nata a Torino il 30 agosto 1949, dopo gli studi classici presso i licei “D’Azeglio” e “Cavour”, ha frequentato la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino e si è laureata con lode nel 1975, discutendo una tesi di filosofia teoretica sulla “Disputa dell’ateismo” di J.G. Fichte con il professor Luigi Pareyson.
Nel corso degli studi universitari ha soggiornato in Germania (Heidelberg e Monaco di Baviera). Insegnante di ruolo, ha svolto anche attività nel campo dell’orientamento scolastico come consulente della Fondazione Agnelli e punto d’incontro e di collegamento tra la Fondazione stessa e la Scuola. Durante la sua permanenza a Monaco di Baviera ha frequentato il Cambridge Institute, ottenendo il First Certificate di lingua inglese.  Ha collaborato dai primi mesi del 2004, anche con contributi scritti, all’associazione “Altera – Generatore di pensieri in movimento”, tra i cui soci fondatori si annoverano i professori Vattimo e Tranfaglia, ora professori emeriti dell’Università di Torino.
I punti fondamentali del suo impegno politico sono stati e sono la cultura, l’istruzione e la famiglia. Pur non essendo docente universitaria, fa inoltre parte del Centro Studi Filosofico-religiosi “Luigi Pareyson” di Torino. Fa parte anche dell’Associazione Italia-Israele ed ha anche intrapreso lo studio dei primi elementi della lingua yddish.
Oltre ad altri studi, approfondimenti e attività su cui non ci soffermiamo per ora, coltiva interessi in ambito culturale, in particolare filosofia, psicologia ed etologia, ed in campo artistico, in particolare musica, frequentando concerti e rappresentazioni nei vari teatri tra cui il festival wagneriano a Bayreuth (come è chiaro dal testo di questo articolo). Si dedica anche alla cinofilia, come allevatrice di schnauzer medi pepe e sale con l’affisso “vom Silbernen Strahl”, riconosciuto dalla Féderation Cynologique Internationale (F.C.I.), intendendo comunque il cane proprio come lo “dipinge” Omero in Argo.

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