Politica – Post Referendum. Tre donne for President

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Gli italiani hanno respinto una riforma costituzionale che in certi snodi richiamava vagamente il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli (depotenziamento del Parlamento, controllo della stampa tramite giornalisti embedded, ecc.).

Non hanno creduto alle balle spaziali di chi sino a ieri diceva che la Costituzione è “la più bella del mondo”, perciò non si deve toccare, e poi ha cambiato idea of course. All’ottimismo posticcio sparso dai media su surreali riprese economiche e nemmeno ai provvedimenti populistici tesi a catturare la benevolenza della gente (citazioni della celebre scarpa destra del senatore Achille Lauro).

renzi_gelliFlop anche dell’altro mantra: il risparmio formattando 125 senatori. Quando pochi giorni fa Beppe Grillo fece mettere all’ordine del giorno alla Camera il dimezzamento degli stipendi, quelli del Pd furono i primi a marcare visita. Un autogol colossale. Svelò che del risparmio sulle istituzioni non gliene poteva fregar di meno. Ma sono abili nel chiagni e fotti: è la loro “cultura”. Altra favola: ripresa del “Si”, perché tanta gente chiedeva la tessera elettorale smarrita. E dove sono tutti questi elettori del M5S e del centro-destra che si convertivano al “Si”?

Tutti bluff: a volte i cortigiani e i pretoriani dipingono una realtà inesistente (Etienne de la Boétie).

Ora fuori dall’equivoco e via verso il voto anticipato per uscire dall’anomalia dei governi non eletti e ridare legittimità alle istituzioni. Via l’Italicum ritenuto “incostituzionale” (a gennaio la pronuncia della Consulta). Questa maggioranza, anche senza Renzi, dimissionario (a san Gregorio Armeno l’hanno già scacciato dal presepe), può trovare una sintesi per una riforma in senso proporzionale: piccoli collegi o no, soglia di sbarramento, premio di maggioranza alla coalizione e non al partito.

Il futuro è rosa, 3 donne in pole position for President.

Il vero candidato del M5S sarebbe Milena Gabanelli, che avrebbe lasciato “Report” (Rai3) per tenersi libera. Luigi Di Maio e Chiara Appendino erano nomi di battaglia, giusto per discuterne. Deciderà la rete, come sempre (già sono partite le governarie), ma già nel 2013, quando si doveva indicare il successore di Giorgio Napolitano la giornalista era stata apprezzata dagli iscritti del M5S (i troll del Pd lanciavano Prodi).

Donne anche negli altri due schieramenti, visto che ormai il sistema è tripolare. Rumors danno Maria Elena Boschi (che nel referendum si è impegnata allo spasimo per il “Si”) con una sua mozione al congresso straordinario del Pd. E’ ormai da tempo che gioca in proprio e per questo c’è del “gelo” con Renzi, che pareva aver avuto una mission: distruggere l’idea di sinistra, sradicandola dai territori. Una mozione per riaggregare le varie anime atomizzate dal premier-segretario (“gufi”, “rosiconi”, “accozzaglia”, ecc.). Se passa la Boschi sarà segretaria e candidata premier in pectore.

Una donna anche nel centro-destra. Berlusconi è stato attento a non bruciarla coprendola con la “minaccia” di un altro predellino o ridiscesa in campo. Ha lanciato Stefano Parisi (scaricato da Salvini e Meloni più che dall’ex Cavaliere) che comunque si fa la sua bella nicchia dell’1% (“Energie per l’Italia”). Voci da Palazzo Grazioli: è Mara Carfagna. Anche lei si è impegnata al massimo a sostegno del “No”.

La svolta “rosa” è nel trend europeo e mondiale. Europa: la May (Gran Bretagna), la Merkel (candidata per il quarto mandato), Marine Le Pen in Francia. In America Latina si va da Christine Kirchner (Argentina, fino al 2015) al Cile (Michelle Bachelet). Poi l’Estremo Oriente: Taiwan (Tsai Ing-Wen), l’Africa (Liberia, Ellen Jhonson Sirleaf, la prima presidente nera), la Lituania (Dalia Grybauskaitè) senza scordare la brasiliana Djlma Rousseff.

Sul “suicidio” di Hillary Clinton meglio sorvolare: ci porterebbe troppo lontano, e poi è stata una tragedia greca…

Francesco Greco

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