Marchionne non riesco considerarlo un “nemico di classe”.

di Gianni Vattimo

Il lutto di Torino per Marchionne non è come il lutto per un Agnelli ad esempio. O meglio, è diverso!

È diverso nel senso che è un lutto più sincero. Un lutto più sentito perché oggi è difficile immaginare ancora Marchionne come un nemico di classe. Tutti abbiamo partecipato al problema del salvataggio della Fiat, che tutto sommato quando la fiat stava per fallire uno poteva dire “sono fatti degli Agnelli, noi non c’entriamo”. Seppur portati solitamente a vedere una Fiat così avviluppata con la storia di una Famiglia, della città, del Paese eccetera, quel che si delinea sempre più spesso invece nelle grandi holding, e la Fiat non fu da meno, è la separazione fra chi è “il padrone” e chi è il manager. E Marchionne non è mai stato il padrone bensì un funzionario della Proprietà che ha condotto molto bene il suo lavoro – a quanto pare.

Io non riesco a considerare Marchionne come un nemico di classe; lo considero come un funzionario di un Sistema in cui certo non avevo una posizione dirigente (anzi, nessuna!), però sono consapevole che il destino di una grande industria come la Fiat a Torino, o in Italia, mi riguarda direttamente. È vero che non godo i profitti della fabbrica, non partecipo ai dividendi, però persino gli azionisti non mi appaiono come i padroni e io uno che non c’entra niente. Siamo tutti dentro ad un certo Sistema che effettivamente è la nuova situazione dell’industria moderna. Non c’è più davvero la lotta di classe, nel senso letterale della parola, anche se ci sono ancora quelli che non partecipano ai vantaggi e quindi hanno ragioni per lamentarsi, rivoltarsi, voler dei cambiamenti (eccetera). Io stesso non so cosa pensare e non mi sento come uno che celebra la morte di un “nemico di classe”, ma nemmeno per sogno.

Mi dispiace anzi per lui, mi dispiace perché è un uomo che aveva fatto – a quanto pare – bene il suo mestiere tutto sommato.

Nel passaggio da Umberto Agnelli a Sergio Marchione poi, Umberto Agnelli era già un padrone che non era più un vero padrone, perché era il fratello dell’Avvocato. Parlerei piuttosto del passaggio dagli Agnelli a Marchionne: è stato un passaggio o è stata piuttosto una nuova forma di alleanza della Famiglia? Marchione in fondo è arrivato come uno che faceva in qualche modo funzionare l’industria appartenente agli Agnelli, quindi non si può parlare tanto di un passaggio. Credo che fondamentalmente il clima di Torino, per esempio di quelli che lavorano alla Fiat, era piuttosto di partecipazione solidale più che di contrapposizione frontale. Questo soprattutto con Marchionne che è arrivato con l’aria di un ingegnere, di un tecnico eccetera, mentre gli Agnelli erano dei padroni, dei finanzieri, non – per così dire – i manager. L’aspetto manageriale di Marchionne ha influito molto sul clima del rapporto fra la fabbrica e la città.

La Torino post Fiat intanto è già cominciata. Noi che viviamo a Torino vediamo sempre più spesso turisti che vengono con la cartina in mano per vedere questo e quello. Non è esattamente il futuro di Torino ma certamente il futuro di Torino è di una deindustrializzazione, di un cambiamento di prodotti. Del resto Fiat dal canto suo già sta facendo di Torino il centro della ricerca per l’auto elettrica del futuro. C’è stato un processo di riduzione, insomma, che ha cambiato tutto e quindi la Torino post Fiat è già e lo sarà molto di più nei prossimi anni e decenni una Torino con meno Fiat.

Tutto si è orientato alle produzioni e alle vendite per i mercati esteri. Forse è giusto, comunque se è così vuol dire che questo corrisponde a ciò che si evince, appunto che la Fiat è meno italiana di prima. Io non sono tanto nazionalista, ma il fatto che ci siano un po’ di amministratori di origine italiana o che parlino italiano non significava granché. Questo vale per ogni grande marchio, grande prodotto “nazionale”. Immaginatevi un barese o un milanese o un crotonese alla guida della Marlboro, non lo vedo oggi così tanto strano – anzi. Ormai il capitale in generale è diventato un affare mondiale e le industrie lo sono sempre di più. Che la Fiat abbia meno dirigenza italiana può spaventare qualcuno che vuole difendere l’italianità di qualche cosa di cui ormai bene non si sa però cosa. Certo mi dispiace un po’, mi dispiacerebbe se andasse perso quel know-how e quel patrimonio di conoscenze che sono stati maturati qui a torno, qui in Italia.

Devo dire che non so molto altro perché Marchionne era amico di Sergio Chiamparino, di cui invece sono abbastanza amico, ed era lui talvolta a parlarmene. Però ad un certo punto Chiamparino smise di parlarmene ed io non ne seppi più granché se non dai giornali.

Un’ultima cosa però. Io non ho idea di quanto e come sia davvero cambiata la Fiat in Italia in seguito ai suoi provvedimenti, ma mi è parso che la sua logica finanziaria di delocalizzare per ragioni economiche, i licenziamenti, gli aut aut con i sindacati (eccetera) siano e siano stati devastanti, devastanti perché è la logica del capitale. E cosa ci vuoi fare?!

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