Far rivivere i materiali di scarto, le cose di cui ci sbarazziamo e cui neghiamo una dialettica – di cui pure sono in possesso – (un’“anti-estetica”) e che forse siamo incapaci di cogliere, per riscriverne il codice comunicativo.

Non è un “manifesto” estetico originale, però il pugliese Venanzio Marra (Montesano Salentino, Lecce, 1972, studi in Architettura a Venezia), lo personalizza con un suo mood, che cromaticamente attinge alla mediterraneità: azzurri in ogni declinazione e rossi densi delle sfumature della sua terra culturalmente, densamente contaminata.

È una delle password utili per entrare nel mondo artistico e creativo di Marra usate da Donato Margarito in “Il post-informale in Venanzio Marra”, Manni Editore, Lecce 2017, pp. 190, euro 18,00.

Margarito è ordinario di Lettere nelle scuole superiori e raffinato critico letterario (Benjamin, Habermas e dintorni e il “pensiero allegorico”) con numerosi e ponderosi saggi (famoso quello su Verga e il naturalismo) e collaborazioni con più cattedre dell’Università del Salento nel cv. Qui in veste di critico d’arte (e non è la prima volta: due anni fa si accostò e spiegò l’opera complessa, barocca del grande, compianto Giuseppe Corrado), in questo che definisce anche uno “studio sulla fenomenologia dell’immagine artistica”, Margarito sostiene che Marra rielabora l’espressionismo, l’informale e le avanguardie del Novecento, alimentando la sua “visione” con la pop art e l’arte povera.

In realtà Marra (e la sua opera) è molto più stratificato e semanticamente affollato, avendo respirato l’aria mitteleuropea di Venezia, quindi si è sprovincializzato. Tant’è che Margarito, come agenti “contaminatori”, cita Marcel Duchamp, ma anche Jackson Pollock e poi Burri e Fontana e che il critico chiama “informale molteplice”.

Al tempo dalla comunicazione virale, fra centro e periferia corrono echi e risonanze che confluiscono in un unicum dove è impossibile dire dove finisce l’uno e comincia l’altra. Ciò che seduce di Marra è questo ridare senso e valore a cose morte. Margarito coglie tutto il potenziale dialettico di quello che definisce “cimitero di frammenti e rovine” che resuscitano attraverso “la significazione”. Che è anche politica, e Marra svela anche il fallimento della modernità e delle politiche che la sostengono, quegli “spiriti animali” di cui disse Keynes (“Macelleria sociale post-industriale”). Disgustato da questo mondo dove la merce conta più dell’uomo, dopo aver pensato a un “Paesaggio combusto”, Marra pensa a nuovi “Percorsi interiori” e ipotizza un’altra “Genesi”.

E in questo sguardo destrutturante, che scompone come un puzzle una realtà ormai morta per “vederne” una nuova, c’è l’ansia dell’uomo del Sud, erede di grandi civiltà e culture, che non si rassegna a un declino imposto da classi dirigenti miopi, alla morte della bellezza, alla fine della Storia.

Francesco Greco

leave a comment

Create Account



Log In Your Account