Vi piacerebbe una scuola senza più muri, liquida, spalmata all’infinito sul territorio, nei luoghi dove scorre, pulsa la vita vera, distante da sublimazioni e rimozioni, con tutte le sue sorprendenti interfacce, bellezze, criticità, contraddizioni sotto il cielo?

Dentro al reale, senza docenti garantiti da concorsi talvolta fasulli, ma mèntori che non conoscono solo una materia, ma infinite, più di quelle che tradizionalmente si insegnano da “istituzioni totali” col compito di annacquare un “istinto che fa paura”? Perché apprendere la chimica è importante, ma lo è anche sapere la chimica della vita, quell’aleph misterioso difficile da comunicare agli altri e che apre un varco nella foresta dell’esistenza, affinché si lasci una pur labile traccia.

È l’idea, la “visione” scagliata nel futuro, è accarezzata da Luigi Gallo e Paolo Mottana in “Educazione diffusa” (Per salvare il mondo e i bambini), Edizioni Dissensi, 2017, pp. 147, euro 11, disponibile anche in ebook.

È una materia ispida, un terreno minato. Con niente si sprofonda nel qualunquismo, nell’eresia, o nell’anarchia, come se si propugnasse la fine della didattica, che ormai appare ai più se non semanticamente esaurita quanto meno relativizzata, e non a essere messa in discussione nei suoi aspetti datati. Non è originale come può apparire a occhio nudo: cos’erano i peripatetici se non mèntori che donavano il loro sapere agli angoli delle agorà ateniesi (“scuole senza zaino”) e sulle aspre scogliere (“Asilo del mare”) a chi ne aveva sete, costruendo così le classi dirigenti in grado poi di governare la Polis e l’Urbe?

Aristocratici del pensiero, furono i precettori (oggi diremmo tutor) di grandi uomini passati alla Storia. Alcuni erano così diffidenti sull’adeguatezza dei posteri nel decodificare il loro pensiero che non hanno lasciato nulla di scritto e sono stati gli allievi a buttar giù quel poco che è giunto sino a noi. Anche Pasolini aveva intuito, 40 anni fa, la fine della scuola dei “baroni”, il sapere usato come arma elitaria di dominio, al servizio dell’establishment. Anche se al suo tempo funzionava un minino di ascensore sociale, oggi rigidamente bloccato.

Oggi probabilmente il più grande intellettuale del secondo ‘900 (che lanciò la provocazione della “sospensione” della scuola e l’oscuramento della tv “cattiva maestra”, che stavano devastando il dna del nostro popolo) sarebbe ancora ancora più radicale, si chiederebbe che ce ne facciamo di questa scuola burocratica, monumentalizzata, sclerotica ridotta a un ammortizzatore sociale che dà da mangiare a falangi di burocrati demotivati, precarizzati, sbattuti da un angolo all’altro del Belpaese? D’altronde, se il sistema scolastico sente il bisogno di far loro degli esami di continuo è segno che li vive come fuori dal tempo.

E del valore legale del titolo di studio, se il contadino qui di fronte ne sa dieci volte più del docente del college più accreditato, ma il suo sapere resta fermo e imputridisce, e purtroppo morirà con lui?

Occorre recuperare i saperi veri, quelli antichi, autenticamente destrutturanti, il senso della vera conoscenza. Il docente la sua dignità, l’uomo il suo puzzle genetico, la sua mission. Il mondo si è fatto confuso e autolesionista, siamo prede di paranoie e non c’è che augurarsi una nuova glaciazione, una fine che sia un nuovo inizio. Con una nuova scuola (“Case del sapere”, Silvano Agosti), dentro al cuore del tempo virale, un ritorno al passato migliore: quella di oggi è il frutto di riforme deliranti, nate senza criterio, una la negazione dell’altra.

Gallo e Mottana sviluppano l’idea all’interno di questo sistema scolastico, avvertendone l’immanente relativismo. E offrono spunti per una riflessione. Non sono nati sotto al cavolo: Gallo è ingegnere informatico, insegna elettronica, è parlamentare del M5S (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione), ha condotto battaglie per difendere i docenti e la scuola pubblica, e si è speso anche all’estero (Kenya e Messico). Mottana è professore ordinario di Filosofia dell’Educazione a Milano Bicocca. Da tempo riflette sul rapporto fra immaginario, filosofia, educazione con varie pubblicazioni (Mimesis, Angeli, Armando, Moretti e Vitali, Castelvecchi).

Una provocazione intelligente (diretta a genitori, formatori, docenti, dirigenti, politici), che fa pensare al prof. de “L’attimo fuggente”. Una scuola che non smussi le diversità, anzi, le scopra e le esalti, che apra i portoni ai “reclusi”, a “uomini senza pretese e senza sogni” (Gianluca Ferrara nell’introduzione) per farli sciamare nel mondo, nelle “biblioteche, Asl, parchi, musei, centri culturali, università, antiche ville romane, fabbriche, redazioni, botteghe artigianali“ e quant’altro. Un libro che è un sasso nello stagno per smuovere un’istituzione messa in crisi non tanto da pensatori politically scorrect ma dal tempo virale che attraversiamo, mèmori della lezione di J. J. Rousseau: “La più grande, la più importante, la più utile regola di tutta l’educazione? È di non guadagnare tempo, ma di perderne”.

Francesco Greco

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