La verità è una questione di senso.

di Danilo Serra.

La speculazione filosofica di Vattimo prende spunto dall’interpretazione ermeneutica condotta sui testi di Nietzsche e di Martin Heidegger.

Due autori, questi ultimi, aventi il merito di aver paradossalmente ricondotto il suo vissuto verso un Cristianesimo ritrovato, un Cristianesimo originale e non più “istituzionale”.

Nietzsche è l’autore che ne La gaia scienza, Die fröhliche Wissenschaft, non ha avuto alcun timore e tremore nel fare pronunciare ad un interessante personaggio la morte di Dio: “Dio è morto!” (“Gott ist tot!”).

Heidegger, soprattutto il «secondo Heidegger», quello della “svolta”, la Kehre[1] come si usa dire, ha combattuto filosoficamente contro un pensiero metafisico onto-teologico[2], colpevole di aver miseramente taciuto ed obliato l’Essere, ciò che in termini heideggeriani viene a configurarsi come il più pre-occupante (ein Bedenkliches), ciò che ci (unsa noi) pre-occupa e ci coinvolge prima di ogni altra cosa.

Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger.

Nietzsche e Heidegger sono dunque in Vattimo protagonisti di una battaglia dialettica che impreca ed invoca l’addio alla verità (non a caso Addio alla verità è anche il titolo di una delle opere recenti di Gianni Vattimo[3]). In loro, il dibattito filosofico ha almeno un punto di convergenza: non si dà alcuna fondazione ultima e normativa. Nietzsche e Heidegger sono i filosofi dell’anti-metafisica, coloro che hanno pensato – in modi e termini più o meno diversi – alla necessità di attraversare e superare la metafisica.

La modernità è la crisi o la fine della metafisica. Nella modernità non si può pensare alla verità come descrizione oggettiva delle cose. Noi abbiamo creduto – riprendendo un’argomentazione proposta da Vattimo – che ci fosse un’unica verità oggettiva finché eravamo la civiltà dominante. Quando i popoli ex coloniali hanno cominciato a ribellarsi o quando si è scoperto che vi sono tanti orientamenti scientifici diversi (come le geometrie non euclidee) si è cominciato a capire che ogni verità affermata ha alle spalle dei paradigmi che sono storicamente mutevoli e che sono la nostra appartenenza ad una cultura, una società, una struttura psicologica. Tutto questo ha condotto alla crisi della metafisica, all’idea che ci possa essere una verità unica afferrabile come principio di tutto. La verità assoluta è quella che si spaccia come verità oggettiva. Non abbiamo accesso alla verità assoluta. Abbiamo soltanto un’eredità con la quale bisogna comunicare. È questo il senso di quella che Vattimo definisce l’epoca del pensiero debole. Il pensiero debole è l’idea di una filosofia che funziona fondamentalmente come terapia contro la soffocazione degli assoluti e delle determinazioni. Tutto è accadimentoorizzonte di sensocaducità storico-temporale.

La debolezza del pensiero debole consiste nel non essere più in grado di rispondere fermamente alla domanda di leibnieziana memoria: perché [esiste] Qualcosa anziché Niente? Di cosa possiamo affermare con evidenza di essere certi?

«Di tutto ciò di cui non si può parlare si deve tacere»[4]Con questa ambigua proposizione Wittgenstein concludeva il suo Tractatus Logico-Philosophicus, l’unico testo da lui pubblicato in vita.

L’addio alla verità si compie in maniera silenziosa. Dinanzi alle grandi meditazioni metafisiche il velato protagonista è solo il silenzio. Possiamo ancora parlare di verità nell’epoca dell’incertezza e dell’abbandono della ricerca de-finitiva di/in un fundamentum inconcussum?

Karl Popper, filosofo ed epistemologo austriaco, ha mostrato a tutti come sia piuttosto illusorio cercare fondamenti anche nella scienza[5].

Abbiamo creduto che tutti i cigni fossero bianchi finché non abbiamo visto con i nostri occhi i cigni neri d’Australia. Non è possibile dimostrare vera, assolutamente vera, qualsiasi teoria; mentre è logicamente possibile smentire, a suon di fatti contrari, una teoria. Non possiamo verificare (farla vera) una teoria, ma ci è possibile falsi-ficarla (farla falsa). Insomma, la dimensione del fallibilismo e dell’errore (produttivo) abitano il piano scientifico, ciò che un tempo, nei termini di pensiero positivo, veniva universalmente concepito con la immota nomea di ‘campo di conoscenze assolute e sempre vere’.

“L’unico punto pressoché certo nel naufragio è il punto interrogativo”, sottolinea lo scrittore e poeta libanese Salah Stétié. Siamo certi di vivere nell’incertezza, nella debolezza, nella non-assolutezza, nella limitatezza. Questa è stata la più grande conquista della prima vera rivoluzione scientifica del secolo scorso, revolutio che ha smembrato, tra le altre cose, la validità suprema del principio deterministico, rivelando, ad esempio, i limiti degli assiomi dell’identità della logica classica ed i limiti propri della conoscenza umana.

Riagganciandoci al tema esposto in principio, possiamo in Vattimo parlare di verità solamente nei termini di ‘senso’ [orizzonte di senso], del senso che un dato ha entro un contesto. Io sono in un certo orizzonte paradigmatico; e in questo orizzonte mi muovo.

Richard Rorty

Lo stare all’interno di un ambito in-stabile, dove nulla si dà e si concede definitivamente, in cui l’Essere lascia essere, salvaguarda e tutela l’etica della libertà (o etica della debolezza), secondo la quale io sono libero in quanto libero di fornire un senso. Se c’è una realtà oggettiva, vera, assoluta, io non sono libero, poiché non sono libero di esibire le mie argomentazioni e di progettarmi esserci attivo e pensanteL’addio alla verità vuole dunque essere l’addio ad uno sguardo unilaterale, l’addio alla repressione. La verità è il nostro vizio. O meglio: la pretesa della verità è il vizio che ci rovina. Come sottolineava lo statunitense Rorty: “Occupatevi della libertà e la verità prenderà cura di se stessa”. La verità porta con sé la potenza irrefrenabile del violento. Essa è sempre accompagnata dalla violenza. Ad esempio, evidenzia Vattimo, il mondo cattolico, affermando le verità naturali della famiglia (unione ‘naturale’ di uomo e donna) attua una lotta repressiva nei confronti dei diritti omosessuali. Il richiamarsi ad una verità fissa, stabile, determinata, porta così alla repressione/violenza.

L’addio alla verità implica l’impossibilità di pensare l’Essere metafisicamente inteso: fissità, fermezza, fondamento, Hypokèimenon, Subiectum, “ciò che sta sotto”, “ciò che sussiste di per sé”. Nell’epoca della post-modernità, epoca della post-metafisica, l’Essere può essere pensato solo e semplicemente come inviotrasmissione, destino (ciò che destina, ciò che ‘fa essere’), evento, Ereignis.

«Un Dio “diverso” dall’essere metafisico non può più essere il Dio della verità definitiva e assoluta che non ammette alcuna diversità dottrinale. Per questo lo si può chiamare un Dio “relativista”. Un “Dio debole”, se si vuole, che non svela la nostra debolezza per affermarsi a propria volta come luminoso, onnipotente sovrano, tremendo, secondo i tratti propri del personaggio (minaccioso e rassicurante) della religiosità naturale-metafisica». Così “parlò” Vattimo in una delle pagine più profonde ed incisive del suo Addio alla verità.

Il Dio della post-metafisica è il Dio del Libro, il Dio del Vangelo, il Dio della Non-Religione. Il Cristianesimo non religioso è il Cristianesimo dell’intimità, della singolarità, dell’interpretazione [orizzonte di senso], del silenzio, in antitesi al Dotto Cristianesimo istituzionalizzante. Richiamandosi alle dimensioni interiori e soggettive, “In interiore homine habitat Veritas, il Logos cristiano distrugge ogni Assoluto Terrestre ed ogni Metafisica oggettivante e tecnicizzante.

L’Incarnazione, il senso stesso del Cristianesimo, è l’Idea di un Dio che rinuncia alla sua forza suprema, al suo carattere imperativo ed imperante, facendosi debole tra i deboli, umile tra gli umili. Il Dio relativista e debole è il Dio che rinuncia alla sua Onnipotenza. È un Dio che s’incarna, che si ossifica, che si materializza, che si svuota[6]. Questo è il destino comune della metafisica, l’Oltre della metafisica stessa, la Kenosis (vacuità) in quanto svuotamento, evento storico, essenza del Cristianesimo Anti-Metafisico.

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[1] Il termine Kehre indica nella lingua comune i “tornanti” delle strade di montagna che, pur essendo “svolte”, “cambiamenti di direzione”, portano in cima alla montagna. Con questa metafora, Heidegger intende denominare il suo cambiamento di prospettiva filosofica introdotto dopo Essere e tempo (1927): la “questione dell’essere” diviene la questione heideggeriana per eccellenza.

[2]Onto-theo-logie” (“onto-teo-logia”) è il termine adottato da Heidegger per designare la struttura fondamentale della metafisica in quanto indagine dell’ente come ente. Essa è sia ontologia (on kathòlu = koinòn), ricerca di ciò che è comune ad ogni ente, sia teologia (on kathòlu = akròtaton on), ricerca dell’ente sommo, divino.

[3] G. Vattimo, Addio alla verità, Meltemi, 2009.

[4] Cfr. L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi editore, Torino 2009.

[5] K.R. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 1970.

[6] «L’idea della kenosis, che per i cristiani è il senso stesso dell’incarnazione ed è dunque al centro della storia della salvezza, si impone dal punto di vista del destino della metafisica (…). Vista in questa luce, la kenosis che è il senso stesso del cristianesimo significa che la salvezza consiste anzitutto nel rompere l’identità tra Dio e l’ordine del mondo reale; in definitiva, nel distinguere Dio dall’essere (metafisico) inteso come oggettività, razionalità necessaria, fondamento». (Gianni Vattimo, Addio alla verità, Meltemi, 2009)

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