In risposta a “Io, a cena col dittatore Maduro”

In risposta a “Io, a cena col dittatore Maduro”

In risposta a “Io, a cena col dittatore Maduro”

di Luca Zanni

PREMESSA di Simone Caminada: a seguito di “Io a cena col ‘dittatore’ Maduro” è sorto del dibattito. Riporto dunque le parole del Scrittore luca Zanni.

Interessante l’invito che ha ricevuto a Caracas, a riprova che solo gli articoli “sul terreno” ancora interessano. Forse avrebbe potuto scrivere un tantino di più, e mi sarebbe piaciuto che avesse citato, parlando della situazione “postcapitalistica”, almeno qualche nome del marxismo-leninismo.

Per comprendere il Venezuela di oggi, e il “Libro Rojo della via Bolivariana alla prosperità”, bisognerebbe leggere e rifletter su almeno i seguenti classici: Lenin, “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”, per capire come la situazione venezuelana sia il prodotto ante oculos di una strategia internazionale del capitale, in senso buono e cattivo, che affonda le prime radici già nella Gran Bretagna di Giorgio IV, e ancor prima. C’è un nesso, un filo conduttore, ben visibile agli iniziati, che collega le prime avventure capitalistiche oltremare inglesi, olandesi, danesi, e poi tedesche (eccetera) con le attuali politiche di outsourcing dell’ex scatolificio sotto casa che oggi fa lavorare unicamente operai di Chittagong, ha la sede a Lugano e il call center a Tirana.
“Il Capitale”: Marx non sostenne mai, come si potrebbe essere scusati di pensare, che il Socialismo prima e il Comunismo poi fossero migliori del capitalismo. Egli era troppo fine osservatore dell’economia e conoscitore dello sviluppo umano, anche da un punto di vista filosofico (era allievo e poi critico di Feuerbach, che dimostrò col suo “Das Wesen des Christentums” che, perfino Messere Domineddio, come direbbe Carlo Cipolla, è creato dall’uomo e PER l’Uomo a immagine e somiglianza dell’Uomo stesso, figuriamoci l’economia), per credere a cotanta baggianata. Il Capitalismo è anzi lodato e stimato da Marx come il migliore sistema in assoluto per sollevare il tenore di vita e le sorti di tutti, compresi i proletari. Il Socialismo sarebbe dovuto venire dopo, e questo il Venezuela ha finto di non ricordarselo.
Qualcuno dirà: ma lei è un trotskista. Certo che no, ma proprio come fallì in Unione Sovietica proprio perché non era stato preceduto dal benessere che solo il Capitalismo poteva creare, così il Venezuela non ha sviluppato alcun capitalismo che avrebbe poi, quello sì, potuto essere abbattuto da una Rivoluzione, qualunque, chavista, madurista o bolivariana.

Quanto agli Stati Uniti, da un punto di vista di ortodossia marxista sono molto più pronti per la Rivoluzione di quanto lo fosse il Venezuela, e viene da dire, in modo un po’ cattivo, che i voti dati a Bernie Sanders indicherebbero proprio questo. Ciò detto, alla rivoluzione in America non ci crede nemmeno chi scrive, che si augura pure di essere invitato a Caracas, ma magari al mitico Golf Club, durante un seminario sugli investimenti diretti esteri.

Zanni centra perfettamente il focus del problema sociale, ma oserei dire mentale, non solo del governo venezuelano ma di molti dei governi presenti e passati in Europa e nelle Americhe quantomeno. Però facendo l’occhiolino anche ai governi asiatici. In buona sostanza, e credo che Zanni concordi con me, abbiamo creato dei sacchi di caffè e abbiamo creduto che, bucati al fondo, potevano comunque restare pieni.

Voglio puntualizzare però una cosa non di poco conto sul mio viaggio e un’altra sul testo oggetto del discorso.

Prima parte. Io ero lì, in Caracas, come assistente del professor Vattimo e non dovevo, non ero incluso nella lista degli invitati alla cena; solo in seguito, una volta lì, e forse esibendo qualità e doti che forse ho e han visto, mi è arrivata la lettera dal Ministero della Cultura. Nessun altro assistente, se non un interprete ma solo nella mera funzione di interprete (e non comunque “al tavolo”), è stato invitato a condividere la mensa. Nessuna moglie o marito ha potuto seguire il congiunto invitato a Palacio Miraflores. Solo io fui l’invitato extra alla cena. E ciò mi fa pensare che, arrivato nella mera funzione di assistente, sono stato poi rivalutato in qualche modo e maniera. Questo riconoscimento credo mi spetti, visti i fatti. Però la realtà è che, appunto, inizialmente non ero un invitato ufficiale né del Foro oggetto del viaggio né della cena. E mi scuso qui ed all’istante se ho potuto indurre a pensare diversamente.

Seconda parte. Il testo della riflessione, alla genesi, doveva essere molto più corto perché volevo solo far risaltare una serie di attacchi che faccio alla conduzione delle nostre quotidianità. L’attacco forte che ho voluto fare non è alle potenze nordamericane o europee e nemmeno a colui che ho chiamato, con una certa ironia che spero si sia colta, “il dittatore”; l’attacco, l’affondo più pesante è riferito ad una società che non è mai pronta a rischiare, vuole la rivoluzione ma “fra 5 minuti”, che piange a pancia piena e si dispera a pancia vuota. Questa società, non è solo il Venezuela che, anzi, a guardarci in casa – a dire il vero – è la più pronta, ma è la società degli individui di massa che massifica il vivere del mondo occidentale, quello nostro.

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