Prima dello scioglimento nel 2008, il gruppo Soul Takers, composto nel 2005 a Milano, incise due album, uno per Northwind, l’altro per Dragonheart, di una emotività e lungimiranza non comuni. Dal progetto delle sorelle Badalini nacque il tentativo di “fusione” tra musica classica e metal, in un metal sinfonico che non è stato sempre capito. Come d’altronde è il destino dell’arte, quando non ancora nella “canonizzata”.

Senza riuscire ad affrancarsi dalla nicchia musicale, il gruppo ebbe non poche note di apprezzamento dai “colti” del settore, senza però convincere la massa. Eppure The Fakest Jest, Chasing Clouds, Icon, sono creature sonore, come amo dire, con una sensibilità di un certo stile. La creatrice del gruppo è stata senz’altro Francesca Badalini, compositrice milanese che continua oggi a fare  della sua vita una storia d’amore fra rock e musica classica, i due generi che lei sente più affini.

Francesca, come nacque l’idea di fondare i Soul Takers?

Francesca Badalini: “Le radici del gruppo risalgono a metà degli anni 90. L’idea iniziale era semplicemente quella di suonare le cover dei nostri gruppi metal preferiti. Avevo composto qualche brano ma era rimasto nel cassetto, fino a quando un giorno bassista, batterista e cantante di allora “paccarano” clamorosamente le prove e io e mia sorella ci trovammo in una sala prove da sole! Ovviamente la situazione era piuttosto deprimente: eravamo lì in attesa, deluse e furibonde, quando notai che nella sala prove c’era un vecchio pianoforte verticale. Anche se il pianoforte era il nostro primo strumento, allora nel gruppo io e mia sorella suonavamo entrambe la chitarra elettrica. In quel momento però mi misi al pianoforte e provai uno dei brani che avevo creato da tempo, con mia sorella alla chitarra: passammo le prove a ragionare su come la strana commistione tra i due strumenti potesse funzionare al meglio. Fu così che nacque il primo brano dei Soul Takers, Breath of time (che rimase in repertorio: compare sul nostro primo cd, Tides) e l’idea iniziale su cui avremmo basato il nostro stile”.

Chi ti ha seguito nell’impresa, e cosa facevano di professione?

Francesca Badalini: “Inizialmente ho condiviso il progetto soltanto con mia sorella (io alla chitarra elettrica, mia sorella al pianoforte): intorno a noi ruotavano vari membri fino a quando pian piano la formazione si assestò e registrammo il primo demo “Through the silence of words” con Mauro de Brasi, studente di lettere, alla batteria,  Gianluigi Girardi (allora lavorava, mi pare in un negozio) alla voce, Andrea Grumelli, studente di lingue, al basso elettrico. Sul demo suonarono anche Angapiemage Persico, violinista di Davide Van Des Froos, e Laura Stella, la violoncellista con cui suonavo musica classica in duo. Successivamente subentrarono Dino Brentali alla voce e Jari Pilati al violino con cui condividemmo i 2 dischi “Tides” e Fliying in a jar”.

Come ha risposto la critica, e come, invece, la grande distribuzione?

Francesca Badalini: “In generale la critica ha risposto molto bene. Ma come tutti i prodotti difficilmente catalogabile eravamo anche soggetti a furiose stroncature! C’era chi non concepiva l’idea che il metal potesse essere anche questo. Il pubblico ai concerti ci seguiva con un certo entusiasmo ed interesse. Entrammo anche nella classifica delle vendite a Mariposa. Come giustamente notavi prima siamo però sempre rimasti una band di nicchia. Sicuramente non era facile in generale per il metal in Italia e compiere il grande salto era cosa rara. Già trovare una casa discografica che investisse su un gruppo come ha fatto con noi la Dragonheart era molto, molto difficile. Certo non ha aiutato il fatto che con il secondo disco siamo andati in una direzione musicale più cupa, forse più difficile, con brani complessi, non immediati”.

Eppure il vostro tentativo sperimentale fra metal e classica non è stato il primo, dico bene?

Francesca Badalini: “Assolutamente giusto. Diciamo però che il nostro stile non si rifaceva molto a quelle esperienze precedenti: piuttosto che inserire stilemi barocchi e neoclassici come spesso hanno fatto altre band il nostro riferimento alla musica cosiddetta classica era forse qualcosa di più intimo e viscerale, più legato a una sensibilità tardoromantica e gotica, meno immediato e meno legato a stilemi in genere”.

So che tu personalmente hai una passione per il cinema muto. Hai la capacità di improvvisare, mentre scorrono le immagini di un film senza il sonoro, davanti al tuo pianoforte. Questa tua vocazione ha inciso tanto o poco nella musica del gruppo?

Francesca Badalini: “Sì, dal 1999 collaboro con la Cineteca Italiana improvvisando e componendo ed eseguendo dal vivo musiche durante la proiezione di film muti. Anche se nel gruppo ho sempre suonato la chitarra elettrica certamente questo fattore ha inciso. Soprattutto capitava che qualcosa che componevo o improvvisavo per il mio lavoro per il cinema muto divenisse materiale o semplice spunto iniziale per un nuovo brano o viceversa: c’era una completa osmosi tra i diversi lati della mia attività”.

Ora che i Soul Takers si sono sciolti, la loro eredità viene perpetrata in qualche modo, oppure vi occupate tutti di altro?

Francesca Badalini: “Dopo lo scioglimento ognuno ha preso la sua strada, c’è chi è andato in Africa per qualche anno, chi ha cominciato a lavorare e smesso di suonare…ma siamo sempre rimasti in contatto e abbiamo sempre portato avanti quella che era una nostra attività parallela già quando la band era nel pieno della sua attività. Già allora infatti coinvolgevo spesso pianista, bassista, violinista e batterista (dopo lo scioglimento ufficiale del gruppo Mauro De Brasi non ha purtroppo più ripreso a suonare ed è stato ottimamamente sostituito per questi progetti da Davide Martinelli) del gruppo nelle musicazioni di film muti.

Già nel 2004, ai tempi del nostro demo, eravamo stati selezionati e premiati nell’ambito del Festival Internazionale del Cinema Muto “Strade del Cinema” di Aosta e da allora abbiamo girato parecchio in Italia: Dal Teatro del Carbone a Mantova al Bloom di Mezzago, dal Cinema Rondinella di Sesto San Giovanni al Cineforum di Bolzano, da Piazza Grande a Parma al castello di Venegono per il Fondo Sclavi Festival meno di un mese fa. Abbiamo creato la colonna sonora di film come La corazzata Potemkin, Il gabinetto del dottor Caligari, Nosferatu, The cameraman, proponendo una particolare forma di spettacolo, in cui il gruppo esegue dal vivo la “colonna sonora” durante la proiezione del film, un “Cineconcerto” in cui alla potenza evocativa delle immagini di capolavori del cinema si unisce la forte suggestione creata dalla musica dal vivo. Lo stile musicale non si allontana molto da quelle che erano le atmosfere proposte da sempre dalla nostra band, basandosi sull’alternanza e l’intreccio di elementi classici e progressive-metal. L’anno scorso ho inoltre coinvolto bassista e batterista nella realizzazione delle musiche per un musical al teatro Coccia di Novara per Eniscuola e con loro ho realizzato un medley di musica da film che comparirà sul nuovo cd della Cineteca Italiana, Shared Souls (con brani miei e di Antonio Zambrini), in uscita dopo le vacanze per l’etichetta Da Vinci Edition.

In questo settore ci sentiamo liberi, non abbiamo bisogno di essere etichettati, i nostri Cineconcerti funzionano bene per un pubblico di tutte le età e dai gusti musicali più disparati. Pur esibendoci in contesti che spesso non hanno a che fare con il metal nessuno ci ha mai considerato troppo metal. A questo proposito non posso che ringraziare per la loro apertura mentale tutti gli organizzatori che ci hanno coinvolto. E per il 18 marzo 2018 abbiamo in programma un Cineconcerto all’interno della prestigiosa stagione di musica classica di Spazio Teatro 89: partirò dalla partitura orchestrale creata da Shostakovich (un autore che tra l’altro amo molto)  per il film Nuova Babilonia per rileggerle in chiave rock ed eseguirla dal vivo con la band durante la proiezione del film”.

Danilo Campanella

Filomate, docente e scrittore saggista, co-fondatore di Philomath Association.

leave a comment

Create Account



Log In Your Account