Presto che perdo il tram! La farsa di uno Stato che non funziona.

Disoccupazione, precariato, tagli alla spesa pubblica e chi più ne ha più ne metta. L’Italia fra il tragicomico e il fantozziano nell’analisi di Friedman.

«Ci sono solo due modi per governare l’economia, uno il mercato, l’altro il comando dall’alto» Milton Friedman

Così scriveva l’economista premio Nobel in un articolo-intervista di Gianni Riotta sul Corriere della sera, il 30 maggio 1994, dando poche, semplici ma precise considerazioni: «Arrivate tardi, ma arrivate. Sveglia italiani! Il comunismo è finito, il socialismo pure. Lo Stato genera disastri». Quello che Friedman spiegava è che da un lato abbiamo lo scambio volontario, il mercato appunto, mentre dall’altro lo statalismo. L’economista incalzava spiegando che lo Stato deve soltanto assicurare alla società i bisogni primari, i servizi essenziali: la sicurezza, la difesa della proprietà privata, il rispetto della legge, le elezioni. Tutto il resto deve lasciarlo fare ai privati.

Se allora c’era la crisi, ora siamo giunti al declino. L’Italia scivola senza freni in un pendio scivoloso senza intravedere quella luce di cui tanto parlava – quasi profetizzava – Mario Monti nella famosa “uscita dal tunnel”. Le grandi imprese de-localizzano, quelle piccole falliscono, non siamo in grado di provvedere a noi stessi, eppure l’Europa ci chiede di accogliere frotte di immigrati senza arte ne parte, le pensioni sono ridotte ai minimi termini, la disoccupazione è al 43%.

Un dato quest’ultimo che fa riflettere: se la percentuale di disoccupazione supera il 10%, secondo gli analisti si approssima la guerra civile. Com’è possibile allora che ancora tutto tace?

L’analisi del premio Nobel è inquietante ma ci pone davanti la risposta:

«L’Italia è molto più libera di quello che voi credete […] Grazie al mercato nero e all’evasione fiscale. Il mercato nero, Napoli, e l’evasione fiscale hanno salvato il vostro Paese, sottraendo ingenti capitali al controllo delle burocrazie statali […] il vostro mercato nero è un modello di efficienza, il governo un modello di inefficienza. In certe situazioni un evasore è un patriota. Ci sono tasse immorali».

Mi sarei aspettato queste considerazioni da un italiano, e non da uno dei più raccomandabili, ma leggendole da un americano e di cotanto curriculum, mi ha fatto davvero impressione. Dunque, tirando le somme sembrerebbe che l’Italia galleggia sul lavoro nero (quindi è impossibile che la disoccupazione sia al 43%) e sui fondi neri, su cui il nostro Paese – appunto – galleggia. Questi capitali sono forse gli unici ad essere importati, quando tutto il resto invece viene esportato, de-localizzato, investito al di là delle patrie frontiere.


Alcune domande: come fa uno Stato che si regge economicamente sulle mafie a volerle (o poterle) combattere? Come può un Paese costruire un futuro di legalità sull’evasione fiscale? Come può un’economia reggersi sull’ ipertassazione, anziché sulla libera impresa che, invece, non trova terreno fertile?

A tutte queste domande dovrebbero saper rispondere i tecnici che abbiamo avuto e i politici sui quali facciamo affidamento. Un affidamento forzato, visto che gli ultimi governi non sono stati votati dai cittadini che, peraltro, hanno sempre meno voglia di manifestare le loro preferenze esercitando il diritto al voto. Il cittadino italiano si sente sempre più svilito, disilluso sulla possibilità che, con il suo voto politico, cambi qualcosa.

L’uomo della strada è sempre più convinto di trovarsi dinanzi a “forze maggiori” di cui non conosce né la natura né l’origine, sempre meno in grado di intervenire nei processi decisionali ed elettivi del potere, un potere sempre più lontano, sempre più distante. L’Europa in un tale contesto non fa che aumentare questo senso di lontananza e di disagio nei confronti della politica e delle pubbliche amministrazioni.

L’Unione Europea si è costituita a partire dal quel manifesto a Ventotene contro i nazionalismi, per conservare la pace. Eppure ovunque tuona il rombo del cannone e si chiudono le frontiere, si parla e non si ascolta.

L’invasione dell’Iraq è stata, forse, il peccato originale dell’America, e la stessa ONU non ha più la forza di inviare i suoi Caschi blu che parevano essere la soluzione ad ogni contesa. Se L’ UE può ancora qualcosa in favore della pace lo faccia subito, altrimenti l’assetto geopolitico che ci attende è quello della tensione fra Stati Uniti, Russia, Cina e la stessa Europa. Per far questo occorre che ogni singolo Stato attui, in maniera concertata con gli altri, alcune riforme condivise, se non si ha l’intenzione di consegnare all’UE anche la prerogativa di concertare le riforme strutturali. Per ora abbiamo fallito ogni politica comune sull’immigrazione, sulla presenza estera in grado di pacificare i conflitti e, contemporaneamente, pretendiamo di dare lezioni a russi e ucraini, a israeliani e palestinesi.

Attuare congiuntamente le riforme strutturali è il solo modo che l’Europa ha di sollevarsi dalla polvere della crisi tornando al sogno dei Padri fondatori, attraverso la piena attuazione della sua unità economica, e la sostituzione della politica sussidiaria (come anche quella dell’austerità) con quella dei progetti industriali e imprenditoriali, diventando se non una guida, almeno un esempio di unità e di speranza per un mondo sempre più amorfo e sempre più incline al male.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *