C’era una volta il cantautore. Storie di musica e sofferenza.

C’era una volta il cantautore. Storie di musica e sofferenza.

C’era una volta il cantautore. Storie di musica e sofferenza.

Nanni Ricordi una volta disse «la musica è finita!». Me lo confessò Sandra Sassi (nel 2011), sua convivente per quarant’anni e più.

Doveva esser il 1993 oppure il 1994 quando disse – o scrisse – queste parole ed io, giovanissimo in quel giorno caldo d’estate del 2011, mi trovavo a rimembrarne le motivazioni con Sandra Sassi (credo ci fosse anche Egle Conte, moglie di Paolo Conte… ma non ricordo bene) e lui – Nanni – presente, anche se ormai attanagliato dalla grave malattia che da lì poco lo portò via dall’affetto del mondo intero. Almeno quello dei suoi cari, degli amici e affetto musicale, nonché giornalistico di una “certa” sinistra che oggi non lo riconoscerebbe più. Purtroppo. Purtroppo per la “sinistra”.

Chi fu Nanni Ricordi? Noi di Torino abbiamo in mente la “Ricordi di Piazza Cln” dove ora c’è Feltrinelli, ma Nanni fu l’ultimo dei patron della Casa di Musica fondata nel 1808 dai, appunto, Ricordi. Non voglio dare qui delle semplici note biografe e bibliografiche, che comunque potrete benissimo trovare su internet; vorrei concentrarmi sulle lapidarie parole ivi citate di quest’uomo dopo più di venticinque anni. Lo vorrei fare perché furono come pietra tombale nonostante, in quel periodo, scoprimmo anche grandi talenti come Pausini, Nek, Elio e le storie tese, Aleandro Baldi eccetera.

«Ma che ne sanno i 2000?», recita una canzone tormentone di questo 2017. E non è totalmente falso. Ho appena elencato pochi ma importantissimi nomi del panorama musicale del fine secolo e inizio millennio ma, son sicuro, taluni son passati inosservati ai più.

Con «la musica è finita» Nanni lanciava un monito a lungo raggio nei confronti del cantautorato, dello scouting ma ancor più della passione di far musica per fare musica. Secondo lui tutto ciò stava via via affievolendosi e inevitabilmente cercando la propria morte, la morte del senso di essere e fare musica, musicista, talent scout eccetera. Insomma arte.

Aleandro Baldi, polistrumentista e cantautore non vedente dalla nascita, partecipa più volte al festival di Sanremo. Uno dei ricordi più belli che lego a lui è la ricerca nell’aria, con la mano, dell’asta del microfono come a voler dire “son cieco si, ma ho voce e cuore per comunicare… e lo voglio fare, anche afferrando rabbioso e cosciente il microfono”. «Le canzoni non si scrivono ma nascono da sé, son le cose che succedono ogni giorno introno a noi»; quante volte la mia generazione ha ripetuto questa frase di Baldi. Era la canzona “Passerà”, cui ovviamente noi giovani maliziosi toglievamo l’accento alla “a” in coda.

Vorrei portare altri due esempi, ma se ne possono fare – per fortuna o purtroppo – tanti altri di persone che attraverso l’arte del suono, e della voce, si sono prodigate a sconfiggere le paure, in special modo la paura personale della morte. La propria.

Siamo sempre a Sanremo, durante il Festival, e si avvicendano sul palco dell’anno 1994 due artisti che pochi mesi dopo perderanno la vita entrambi per malattia, entrambi consapevoli che quell’ultima estenuante fatica sanremese li avrebbe avvicinati ancor di più all’ora fatale. Ivan Graziani e Alessandro Bono, all’anagrafe – sempre – Ivan Graziani e Alessandro Pizzamiglio.

Non sono due grandi nomi noti, per anni sono passati in sordina all’ombra dei big degli ’80 come Donatella Rettore, Viola Valentino, Vasco Rossi, Giuni Russo (eccetera). Certo, hanno inanellato grandi successi che oggi sarebbero comunque irripetibili per un esordiente però, possiamo dire senza credere di offenderne la memoria, che siano passati sottotono (spesso, senza giusta causa) rispetto a loro colleghi del tempo. Tornando a noi, questi due signori, forsanche per ragioni totalmente differenti fra di loro, credono nella musica e vanno avanti, avanti tutta, nonostante un tumore al colon diagnosticato nel 1995 (di cui evidentemente già ne soffriva nelle ultime esibizioni sul palco dell’Ariston), Graziani, e AIDS Bono. Si, in quegli anni si moriva ancora di AIDS in Italia!

Bono presenterà una canzone “Oppure no” che leggendola come testo pare un vero e proprio inno alla vita, alla gioia, il testamento per un mondo che, in quegli anni, sembrava volesse migliorare se stesso, sembrava volesse non cedere alle lusinghe della malvagità e delle divisioni fra i popoli, darsi all’amore fra le persone… oppure no («la risposta, amore mio, è scritta nel vento»).

Maledette malelingue” – ed è vero – fu il testo di Graziani, che si scagliava contro il pregiudizio (sia stato frutto di un’esperienza personale?!) e il chiacchiericcio. Vittima della miseria del chiacchiericcio, nel suo testo, è una ragazzina che affronta la vita in modo ‘altro’ rispetto ai suoi coetanei. Anche se espediente per parlare di qualcosa che si cela all’interno delle nostre società, la canzone accoglie e prevede i tempi logori e stantii del consumismo, figlio del grande bluff anni ’80, che prende nuova vita e nuovi spazi nella appena entrata seconda Repubblica. Questo consumismo di cui parlo non è quello dello “spendi e spandi”, cui di primo acchito si potrebbe far rifermento, ma è quello che consuma, logora, ferisce e mortifica le relazioni umane. Noi ci consumiamo perché non sappiamo relazionarci.

«La musica è finita» potrebbe diventare una domanda: la musica è finita?

Guardiamo alla situazione odierna della musica italiana; guardiamo a ciò che ne è stato fatto dello scouting, che a buon diritto chiamerei “squaling”; guardiamo a quanta passione taluni giovani mettono per portare al mondo un messaggio di vita (almeno musicale) e, invece e sovente, vengono scartati perché “il mercato” vuole chiudere le orecchie e ballare in un eterno “shake your ass” folle e inebriante; guardiamo, guardiamo e ancora guardiamo, tutto va bene e ‘guardare’ è comunque importante, ma forse anche è pronto il bisogno di fermarsi a riflettere e capire se “vai Maestro continua” oppure, davvero, “la musica è finita”. «Cameriere, Champagne»!

Vi lascio una ultima riflessione, dopo la canzone di Bono che ho inserito qui per voi – e per me – dal canale YouTube ufficiale di www.alessandrobono.it, e mi rifaccio (e vi rifaccio) quella domanda che in fondo abbiamo tutti nella testa. Quella che Nanni Ricordi propose come una lapidaria affermazione.

Ascoltate le parole, la voce, gli sforzi che compie il cantante per partecipare, diciamo così, alla sua stessa canzone. Bono morì solo tre mesi dopo (15 maggio) e Ornella Vanoni disse, nel ricordo al giovane collega scomparso, «hai stonato ma non importa».

Sì, perché ci fu un tempo in cui la musica, la vera musica accettava anche gli stonati, i maldestri e i timidi (De André, Battisti, Madonna… giusto per fare nomi a caso). Oggi, grazie certo all’avvento dei Talent e del consumo di corde vocali altrui (da parte del Mercato e delle Major) come se fossero pezzi di prosciutto da affettare, sicuramente abbiamo perso voci come Bob Dylan perché troppo magro, troppo poco fotogenico, rauco eccetera. O Madonna, Gaber, Jannacci. Eccetera. Purtroppo.

Anche noi consumatori finali abbiamo fatto la nostra indegna parte e non solo Talent, Mercato e Major hanno creato il mostro, la tragedia. E allora, Nanni, la musica continua o è finita davvero?

Simone Caminada

Fondatore del blog NonQuotidiano. Maestro d’arte e studioso di filosofia, di arte e di storia contemporanea.

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