Briganti. Controstoria della guerra contadina nel sud dei Gattopardi.

Briganti. Controstoria della guerra contadina nel sud dei Gattopardi.

Briganti. Controstoria della guerra contadina nel sud dei Gattopardi.

Se Giulio Cesare, che pure fu un vincitore, si scrisse da sol le memorie “De bello gallico”, vuol dire che forse non si fidava degli storici del suo tempo, inclini alla cortigianeria, alla militanza, alla propaganda, ai falsi. Come quelli di oggi. 

STORIA. “Briganti!”, la Resistenza del Sud-Nazione. La storytelling risorgimentale che portò alla fine del Regno delle Due Sicilie (“il male assoluto”) e all’unificazione dell’Italia (anche i Borboni avevano lo stesso obiettivo) è colma di lacune, omissioni, rimozioni, interpretazioni (“questione criminale”), accoppiamenti audaci (brigantaggio-mafia). Ma già all’indomani del 1861 gli storici si premurarono di scongiurare la damnatio memoriae, di formattare ogni approccio ideologico, di separare i fatti dalle forzature semantiche. Quelli di ieri (Carlo Alianello) ripresi dai contemporanei (Franco Molfese, Tommaso Pedio, Aldo De Jaco, Nicola Zitara, Paolo Mieli, ecc.).

Il generale, “il boia”, Enrico Cialdini fu il sanguinario militare piemontese che più di altri si scaglio contro i contadini e i civili, oltre che contro i “banditi”, i ribelli.

Ma l’accusa di revisionismo scatta da sola, come se la Storia non fosse dialettica, ma monumentalizzata, scritta una volta per tutte, e non richiedesse, al contrario, continue verifiche, letture, riscritture (si pensi al contributo della psicoanalisi). Nell’immaginario collettivo di oggi, sic stantibus, XXI secolo, ectoplasmi confusi dall’identità debole, cosa riecheggia in noi? Che i Borboni erano arretrati, che i Savoia hanno ispirato l’unità, che Garibaldi si sia mosso di riflesso, che era uno snodo necessario, e che chi combatté in armi per difendere se stesso, la sua casa, la dignità, l’onore e la virtù, la terra, il futuro, furono delinquenti immondi, “schiavi d’America” da ricacciare ai margini della Storia, imprigionati nel lager delle Finestrelle, accompagnati dal disprezzo psicosomatico, un background scientifico delirante (Lombroso, un folle che misurava crani a noi eredi di Pitagora e Archita) privandoli della vita: oltre un milione di meridionali massacrati in una pulizia etnica che ancora deve essere indagata e che ebbe in Cialdini un boia implacabile, un criminale a cui abbiamo anche intestato delle vie (“più di cento uomini tra i briganti uccisi”, ad Auletta – ricordiamo il massacro lì avvenuto – i Borboni avevano ripreso il potere), Ma anche gli occupanti, i “piemuntisi usurpatori e affamatori” pagarono un alto prezzo: suicidi, pazzie, malattie veneree.

Lettura parziale e interessata. A ricordarcelo Gigi Di Fiore in “Briganti! Controstoria della guerra contadina nel Sud dei Gattopardi”, UTET, Milano 2017, pp. 360, euro 18,00 (e-book compreso).

Fu “colonialismo”, annessione e quelli che si opposero non furono volgari criminali, ma briganti (e brigantesse, eroiche, come Michelina De Cesare), devono essere riletti come partigiani del Sud-Nazione, e la loro guerriglia durata all’incirca dieci anni assimilata a una Resistenza ante litteram, una ribellione di classe con Carmine Crocco Donatelli (2000 uomini) nel ruolo di Spartaco.

La brigantessa Michelina De Cesare, simbolo femminile della lotta contro l’oppressione nel Mezzogiorno.

Non poteva che finire con la sconfitta di quelli che “buttavano il sangue con sacrifici senza futuro”, a fronte della preponderanza dell’esercito invasore (dal Nord giunsero 100mila uomini e anche più), ben armati e nutriti, che (“missioni sporche”) misero paesi interi a ferro e fuoco passando per le armi donne, vecchi e bambini; e dello spontaneismo, senza strategie (388 le bande nelle 10 province del Regno), militari e politiche: come facevano d’altronde a darsene contadini analfabeti con mani callose, pastori, caprai, proprietari solo delle ossa e della terra nelle unghie? Abbandonati sia dagli alti gradi dell’esercito (si approssimarono solo alcuni sottufficiali) che dai politici – che pure dalla Real Casa avevano avuto potere e prebende infinite – mentre i “galantuomini” (o i “Gattopardi”) ambigui e opportunisti, erano attenti ai loro privilegi castali? Ci han lasciato “l’eredità storica dell’immobilismo”, annunciato dal sillogismo “briganti-emigranti” e dalle varie mafie.

Un lavoro appassionato, ben documentato, reso organico dalla forma mentis del giornalista, che offre nuove password di decodificazione: che si sia trattato di lotta di classe, per esempio (il marxismo era nell’aria), e che il ripristino della dinastia è sullo sfondo, convitato di pietra.

E se da Gramsci, che ammise il fallimento della “rivoluzione borghese” (Risorgimento e unificazione), a Croce, che nel 1942 si chiede “Cos’è mai cotesto affetto per i briganti che ora si mostra a più segni in Italia”, si è passati alla trasversalità destra-sinistra di “Brigante se more” (Bennato-D’Angiò), cantato nei centri sociali e notti delle tarante, qualcosa di nuovo c’è anche in tempi di globalizzazione, lavoro precario, desertificazioni umane.

Questo libro non può mancare nella casa di ogni meridionale che non vuole “abbassare la testa”. Non per alimentare nostalgie (scrivete “brigante” su Google, avrete 3.750.000 siti; un Re può essere un elemento di unificazione in un momento in cui tutto è atomizzato, benché noi abbiamo distrutto la nostra dinastia per fare gossip su quelle altrui), ma perché costruire il puzzle della memoria, in una società “liquida” (Baumann), al tempo della globalizzazione che pialla le diversità e formatta identità, aiuta a tener vive le radici: se non sai chi sei stato e da dove vieni, come fai a vagheggiare un orizzonte futuro?

Francesco Greco

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